TARTARUGHE IN UN BEAUTY CASE

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Anche se non lo ammetteremo mai, siamo ancora tutti un po' scioccati dal fatto di essere nati.

Tutto ebbe inizio quel giorno in cui uno scimmione si rese conto di essere uno scimmione.

E si fece quella domanda che gli rovinò la vita.

Quella domanda che molti di noi, ancora oggi, si fanno senza trovare una risposta. Quella domanda è: "Perché?"

Se te la fai ti rovini la vita. Se non te la fai, la tua vita non sarà migliore.

Un uomo come tanti, partendo da questa domanda, elabora pensieri, poesie, brevi racconti. Il suo pessimismo cinico è l'antidoto che gli permette di non farsi travolgere dalla disperazione.

L'autoironia gli permette di guardare le cose di lato. Di uscire per un attimo da sé stesso e di guardarsi con compassione benevola. L'accettazione della mancanza di speranza, della sconfitta inesorabile, l'incapacità di cullarsi nell'illusione ultraterrena ha trasformato il suo viscerale pessimismo in un tappeto sul quale ballare con disincanto l'assurdo minuetto della vita.

Egli non è più disperato. E' oltre. Non è neppure rassegnato. E' oltre. Solamente, ahimè, per il tempo in cui, chiudendosi nel silenzio della meditazione, mette su carta queste sue parole. Solo quando ha la possibilità di approdare a quest'isola di cinico nirvana nella quale può pensare solo a sé stesso e alla sua tragedia personale e universale. Fino a quando il mondo non lo chiama e lui, suo malgrado, è costretto a rispondere. Lo scimmione, diventato uomo, scopre la malinconia. Scopre la giostra della vita che non si ferma mai, ma dalla quale deve scendere. Quasi mai quando lo vuole lui. Scopre la necessità di crearsi dei motivi, fingendo di crederci. Scopre gli altri uomini. E ne rimane spesso deluso. Se non terrorizzato.

Scopre di non riuscire a liberarsi dal senso di colpa anche se sa di non averne alcuna. Scopre l'insopprimibile bisogno di complicarsi la vita. Lo spaventoso dono della libertà. Scopre di sapere di non sapere. Vorrebbe non curarsene. Vorrebbe non patirne. Ma è impossibile. Ogni cosa è vana. Tutte le parole sono inutili.

E' irrimediabilmente sperduto e spaventato come una tartaruga in un beauty case. Ciò non gli impedisce di vivere. Perché ha solo la sua piccola vita tra le mani e, anche se sa che è nulla, è tutto quello che ha.

CHI SONO

Il mio vero nome è e vivo provvisoriamente nell’emisfero destro di Lorenzo Longhi, scrittore per vocazione, bancario per sopravvivenza.
Morto il primo di aprile 2005 e resuscitato alcuni mesi dopo. Attualmente si nasconde in una località ai confini tra la Lomellina e il Pavese, cercando di sfuggire alla telecamere di Google Street View.
Il pessimismo, il cinismo, la disillusione, la paroxetina e l’ironia sono, per me, la migliore filosofia.